La crema del cappuccino cede senza strappi al peso dello zucchero e la serata,
superate con affanno le ore frenetiche verso la mezzanotte,
si dilata morbida verso rintocchi più lenti e fluviali.
La vasta stanza del Caffè doveva essere stata il salotto della villa fine secolo
ed il parquet intarsiato sotto gli stucchi erosi del soffitto da all’aria il sapore sicuro di un rifugio.
Lasciando lo sguardo nel grande specchio sulla parete osservo
non visto una ragazza, pochi tavoli verso l’uscita ,che scrive sui fogli di un minuscolo quaderno dalla copertina di un verde scurissimo.
La scrittrice è sola, attenta alle tracce che le parole lasciano sulla carta .
La sua figura , il vestito , i capelli bassi sopra il viso piegato sui fogli sono perfettamente a tono con il tavolo , il Caffè e le altre persone nel salone.
Nessuno la nota, i volti attorno sono rilassati come i bicchieri quasi vuoti davanti a loro.
Ogni cosa sembra scivolare senza attriti e quasi senza suoni, ma la ragazza è concentrata, corregge pensieri che non sono nella stanza come non lo sembra lei.
Pare una visione, fatta di aria e parole , solo un’ immagine riflessa.
Il cameriere , partito d’improvviso dal bancone, avanza dritto verso la ragazza e per un attimo mi aspetto che l’attraversi , facendola svanire come fosse denso fumo squassato da una corrente fredda.
Naturalmente si ferma
e con mossa precisa adagia una tazza sul tavolo facendo trasalire la ragazza che guarda il caffè , certo sorpresa di trovarlo li.
Poi lei si toglie i capelli dal viso e gira intorno lo sguardo come chi è stato svegliato di colpo durante un sogno.
Pagato il mio conto mi alzo e , mentre la scrittrice solleva la sua tazza ,esco dal locale pensando con dispetto che il cappuccino non si era rivelato all’altezza della sua crema.
Einstein Cafè, Berlin . Notte di capodanno 1988